Nei giorni scorsi ho letto diversi post che hanno risvegliato in me parecchie riflessioni. Scomposte, a volte contraddittorie, a volte più simili a veri e propri moti di indignazione.
Mi è tornato in mente un episodio che risale a più di un mese fa e che voglio raccontarvi, perché fa bene al cuore. Il secondo sabato di dicembre abbiamo fatto un open day a scuola, che ci ha impegnato l'intero pomeriggio; la sera era prevista una cena tra colleghi, a cui sono stati invitati anche gli studenti più grandi, ai quali avevamo chiesto un aiuto nell'organizzazione dell'evento. Ero combattuta sul partecipare o meno alla cena: già lavorare il sabato pomeriggio mi avrebbe tenuta lontano dal mio bambino, e visto che l'week end voglio sia dedicato soprattutto a lui non mi andava l'idea di non vederlo fino alla domenica mattina. Avrei potuto lasciarlo col papà, ma per quella sera anche lui era impegnato in un concerto. Così, dopo vari tentennamenti, ho deciso di partecipare, ma portandomi dietro il pargolo. Il maritino me l'ha portato a scuola verso le 18.00 e, dopo essere stato coccolato da vari colleghi, è venuto con me al ristorante. Certo, un bimbo di 18 mesi non è esattamente "contenibile" e tenerlo seduto ad un tavolo per più di un quarto d'ora è praticamente impossibile. Questo vuol dire che ho passato molto tempo della cena in piedi, perdendomi stralci di conversazioni, e che alle 22.00 ho salutato tutti perché per il pupo era giunta l'ora della nanna. Non nascondo che, tornando a casa, mi sono chiesta se avessi fatto bene a partecipare: molte colleghe mamme non sono venute, altre invece hanno lasciato a casa i figli. Ero l'unica col bimbo al seguito. Mi sono chiesta se gli altri l'avessero visto come una "palla al piede".
Cosa c'è di bello in tutta questa storia? C'è che la sera dopo ho ricevuto un sms del Preside, giovane, rampante e senza moglie e/o figli. Diceva più o meno così: "Grazie per essere venuta ieri sera con il tuo bimbo. È stata una bella testimonianza anche per i nostri ragazzi vederti in veste di mamma oltre che di professoressa". Che dire, è scesa qualche lacrima. Ho ringraziato il Cielo per aver la possibilità di lavorare con un capo così lungimirante. D'altronde, ha deciso di assumermi con un figlio piccolissimo senza battere ciglio. La morale? Spesso noi donne siamo costrette a vedere i nostri figli come "palle al piede" perché qualcuno ci fa credere che sia così, invece dobbiamo abituarci a vederli come grandissime risorse. E a vederci come portatrici di valore aggiunto anziché costrette a dover dimostrare che NONOSTANTE l'handicap della mammitudine siamo ottime lavoratrici.
Ecco perché questo post di Domitilla Ferrari mi ha fatto arrabbiare tantissimo (come altri in passato), quasi che la donna debba, per essere una lavoratrice doc, passare un numero spropositato di ore fuori casa, ammazzarsi di fatica senza lamentarsi in nome di chissà qualche carriera. Come se le donne che fanno il proprio dovere senza però voler rinunciare a passare parte della propria giornata con i figli siano pretenziose, anzi addirittura la causa stessa della "svalutazione" della donna nel mondo del lavoro! Ricordo un post di Elasti in cui raccontava che nella redazione del suo giornale erano arrivati i grandi capi di alcune nazioni estere e... Sorpresa! Alcuni erano donne e lavoravano part-time. Eh sì, donne manager senza per forza sgobbare 12 ore al giorno. Senza giocare l'alibi del "se alcuni papà lo fanno, perché non posso farlo anch'io che sono mamma?".